Per fare chiarezza sulle diverse proposte lanciate a Bruxelles dai vari soggetti istituzionali, vediamo il loro stato di avanzamento:

  1. Il 9 aprile, l’Eurogruppo lancia l’idea di un Piano per la Ripresa (Recovery Plan, chiamato da alcuni anche Recovery Fund) con l’indicazione di una dotazione di 540 miliardi (che poi diventerà l’European Recovery and Resilience Facility) ;    
  2. Il 26 maggio, la Commissione lo inserisce nel suo piano per “La prossima Generazione EU” (Next Generation Eu), nuovo strumento per la ripresa, allargandolo ad una dotazione totale di 750 miliardi, comprensivo del Dispositivo (piano) per la Ripresa e la Resilienza (672,5 miliardi);
  3.  Il 21 luglio, il Consiglio approva la proposta per l’emissione di obbligazioni europee, debito comune, “temporaneo e limitato”, di 312,5 miliardi, per affrontare gli effetti della pandemia, garantito dal QFP (Quadro Finanziario Pluriennale), da dotare di risorse proprie; sicuramente una svolta, almeno così viene presentata e letta dai media, dopo che l’Unione era rimasta bloccata per mesi, col rischio di implosione;    
  4. Il 9 ottobre, tale accordo viene formalizzato dal COREPER con una proposta di     regolamento che istituisce il “Dispositivo (piano) Europeo per la Ripresa e la Resilienza” (European Recovery and Resilience Facility) a favore degli Stati membri per la durata di un triennio (2021-2023). Tali misure vanno ad aggiungersi alle altre già attivate dalla BCE, la BEI e/o proposte dalla Commissione. Tale piano rappresenta, come indicato al punto 2, la gran parte di Next Generation Eu (672,5 miliardi su 750) di cui 312,5 di sovvenzioni e 360 di prestiti, cioè di debito per chi ne usufruisce.
  5. Il 14 e 15 ottobre, il Consiglio avrebbe dovuto dirimere la situazione, ma non lo ha fatto, decidendo sulla controversia col PE in merito a:
    1. l’ammontare dei finanziamenti destinati ai 15 programmi europeidecurtati, che vanno fino al 2027;
    2. la clausola di revisione del QFP, a metà percorso, dato che il Consiglio e la Commissione hanno respinto la periodicità quinquennale del QFP;
    3. un impegno vincolante sulle nuove risorse proprie che dovrebbero, man mano, sostituire i contributi nazionali;il rispetto dello stato di diritto da parte dei paesi membri sulla base dei valori comuni previsti dal Trattato (art.2)
  6. il 10 e 11 dicembre, ci sarà il Consiglio europeo cui è stata demandata la decisione. Il rischio che resti tutto bloccato è reale, perché la Commissione potrà rivolgersi al mercato dei capitali per creare il “debito comune europeo” e finanziare Next Generation EU, solose il Consiglio adotterà all’unanimità l’aumento delle risorse proprie dall’1.2 al 2% del PIL totale dell’UE,  e se gli Stati membri lo approveranno, secondo le rispettive regole, entro fine anno, come richiesto dalla Commissione. Comunque la mancata approvazione del QFP non dovrebbe ostacolare o bloccare il ricorso al mercato per finanziare il piano e fornire aiuti ai paesi membri. Legare i due aspetti è un errore, quanto meno politico. Sa di ricatto da parte di quei paesi che sono contrari alle sovvenzioni. Ricatto in cui il PE non dovrebbe cadere.    
  7.  Ad oggi ancora nulla. Siamo di fronte ad una situazione di stallo dell’Unione. Infatti:
    1. gli aiuti annunciati, come fossero diversi piani sovrapposti, paragonati al piano Marshall del dopoguerra, non si sa ancora quando arriveranno;
    2. la presidenza tedesca dell’UE non ha attuato nessuno dei punti prioritari annunciati a luglio, mentre, per quanto riguarda la questione del QFP, Merkel ha dichiarato di non avere il mandato del Consiglio a negoziare. Ma il mandato chi lo doveva chiedere?
    3. per la pandemia non è stato adottato alcun altro provvedimento comune, nonostante il nuovo attacco in tutti i paesi dell’Unione  (il vertice di metà ottobre era stato convocato anche per questo);
    4. nessun provvedimento sull’immigrazione, visto che la proposta di revisione dell’accordo di Dublino è ferma;
    5. la ripresa degli attacchi terroristici sembra lasciare incredula e stordita l’Unione, indebolita dalla pandemia;
    6. sinora molti paesi per fronteggiare la crisi hanno dovuto far ricorso ad un ulteriore indebitamento, nazionale e/o europeo (con Sure ed eventualmente col Mes), con il conseguente aumento degli squilibri e delle disuguaglianze vecchie e nuove.

Il fattore tempo era e rimane la questione più importante, sia per il contrasto alla pandemia che per gli aiuti ai paesi. Questo fattore aveva portato l’Unione alla decisione del 21 luglio, con la rottura di un tabù storico.

* Carmelo Cedrone, Coordinatore del Laboratorio Europa / Eurispes