Il Consiglio europeo dei primi di ottobre decide di non decidere, così rispolverando una vecchia abitudine dei vertici che si trovavano d’accordo sul disaccordo. Next Generation EU resta al palo dei veti incrociati e paradossalmente convergenti nell’imporre il rinvio.

            Da una parte, gli stati membri frugali premono per introdurre la condizione della legalità per liberare i fondi. Lo stato di diritto è minacciato in Polonia e Ungheria come da indagine della Commissione e chi lo viola non dovrebbe essere ammesso alle nuove provvidenze europee. Dall’altra parte, gli stati membri interessati, contando sulla solidarietà dell’intero Gruppo di Visegrad, contestano la clausola. Il Parlamento europeo, che pure è favorevole alla stessa, sarebbe pronto al compromesso pur di liberare Next Generation.

            Sta di fatto che il pacchetto, atteso  per i primi del 2021 in coincidenza con il QFP,   non partirà per tempo. Potrebbe addirittura slittare alla primavera, dopo le elezioni nei Paesi Bassi. Là il Premier Rutte teme per la sua coalizione già sotto accusa per avere ceduto alle richieste degli stati membri dispendiosi. Se così fosse, l’intero provvedimento rischierebbe lo stallo perché si troverebbe contro una fetta di Parlamenti nazionali chiamati a ratificarlo.

            Le conclusioni del vertice tacciono su questo scenario per non seminare inquietudine nei mercati e si concentrano sugli aspetti propositivi in materia di Green Deal e economia circolare. Due sostanzialmente le parole d’ordine, all’insegna dell’autarchia liberista, l’ossimoro serve a identificare la nuova linea della Commissione: riportare nel Continente gli asset strategici esternalizzati (produzioni di farmaci, raccolta di dati sensibili, ecc.); orientare l’economia, grazie anche al Recovery Fund, verso la sostenibilità ambientale perseguendo l’obiettivo del 2050 per un’Europa ecologicamente neutra.

            Dalle premesse strategiche discendono le raccomandazioni operative consegnate a Commissione e Consiglio riguardo al mercato interno, la cui unicità – si ribadisce – va ripristinata in tutto e per tutto. Nello stesso senso va il messaggio al Regno Unito che viene chiamato in contraddittorio per la violazione dell’intesa Brexit sulla frontiera intra–irlandese.

            Il linguaggio verso la Cina non assume i toni perentori che vorrebbe il Segretario di Stato americano, ma reca traccia di fermezza specie nel campo degli investimenti. I colloqui a distanza con Xi sono promettenti, ma già in passato alle promesse Pechino non ha fatto seguire fatti conformi.

            Fermezza, ma non troppo, anche verso la Turchia per gli attentati alla sicurezza di Cipro e Turchia nella controversia sulle acque marine. Le sanzioni sono evocate ma non decise e neppure proposte. Si lascia a Ankara il tempo di riflettere e rimediare alle prove di forza con il dialogo diplomatico.

            Non si commenta l’Accordo di Abramo fra Israele e alcuni paesi del Golfo. Giunge tardi la notizia che Israele e Libano hanno intrapreso negoziati diretti sui confini. Il Mediterraneo orientale si muove, l’Europa dovrebbe muoversi di concerto.