Ci siamo. Dopo due tentativi a vuoto e tante discussioni bilaterali tra le varie capitali e con il presidente del Consiglio europeo Michel, venerdì 17 e sabato 18 luglio, i leader europei si incontreranno di persona a Bruxelles nel tentativo di trovare un accordo sul prossimo quadro finanziario pluriennale (QFP). Nella sua lettera di invito del 15 sera, Michel ha affermato che per raggiungere un accordo è  necessario un “duro lavoro”.

Sul tavolo la proposta presentata dallo stesso Presidente il 10 luglio, ovvero il prodotto del suo tentativo di mediazione tra le varie  posizioni degli Stati membri. Resta invariato il “Next Generation EU”, sia nelle sue dimensioni totali (750 miliardi di euro), sia nella distribuzione tra sovvenzioni, prestiti e garanzie, vale a dire circa 450 miliardi di euro in sovvenzioni, 250 miliardi di euro in prestiti e 50 miliardi di euro in garanzie. Essendo tali importi riferiti ai prezzi 2018, stiamo probabilmente parlando del 5% -8% in più per il 2021-24 ai prezzi attuali.

I fondi sarebbero presi in prestito dalla Commissione sui mercati dei capitali e  utilizzati per prestiti back-to-back e per le spese incanalate attraverso i programmi del QFP. L’erogazione avverrebbe su proposta della Commissione e approvazione da parte del Consiglio a maggioranza qualificata. L’erogazione sarebbe subordinata ad una serie di condizioni formulate e concordate nel contesto di “piani nazionali di risanamento”, focalizzati in particolare su investimenti in digitalizzazione, cambiamenti climatici, ecc. I fondi dovrebbero comunque essere erogati rapidamente (la Germania spinge fortemente su questo punto), a partire dall’inizio del 2021 e con una parte importante nel 2021-23.

Gli sconti speciali sul finanziamento del QFP verrebbero mantenuti per Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Austria e Svezia, come proposto dalla Commissione. Nuove “risorse proprie” del bilancio, inclusa la tassazione sulle emissioni di carbonio, sulla plastica e delle imprese digitali inizierà il prossimo anno e prima dell’inizio dei rimborsi del debito nel 2026. La novità della proposta Michel è il fondo di 5 miliardi di euro per compensare gli Stati maggiormente colpiti dalla Brexit: la novità equivale ad un maggior sconto concesso agli olandesi, in quanto è prevedibile che essi ne facciano rapidamente richiesta.

Il punto cruciale sul tavolo resta la governance.  Michel ha suggerito che piani nazionali di risanamento (le riforme collegate ai finanziamenti per la ripresa) dovrebbero essere approvati a maggioranza qualificata in seno al Consiglio. I Paesi Bassi si oppongono all’idea e stanno spingendo per l’unanimità. Michel ha testato un’altra possibile soluzione di compromesso, un cosiddetto “freno di emergenza” che consentirebbe a uno Stato membro di avviare una discussione in seno al Consiglio europeo se avesse serie preoccupazioni sui piani di riforma nazionali, riportando la decisione nell’alveo dell’unanimità con cui si procede in tale ambito.

Se il compromesso sulla governance non dovesse funzionare, l’altra soluzione è ridimensionare lo strumento del Next Generation EU, come Paesi Bassi, Austria e Finlandia hanno richiesto più volte. E mentre la scorsa settimana il presidente Michel ha proposto di preservare le dimensioni del fondo, ora sta prendendo in considerazione la possibile introduzione di tagli per aiutare i governi cd. frugali ad approvare il QFP entro luglio.

Il negoziato QFP è da inquadrare in un contesto più ampio. Michel non è disposto a portare la tassazione delle società sul tavolo in questo momento, o anche semplicemente a menzionarla come eventualità futura. Ma l’opposizione dei Paesi Bassi è da leggere in tal senso. Le entrate fiscali delle società in percentuale del gettito fiscale complessivo variavano (nel 2017) dal 5% al 6% in Germania, Francia e Italia, all’8% in Spagna, a circa il 10% nei Paesi Bassi e in Belgio, e dal 13% al 15% in Irlanda e Lussemburgo. E ciò non in dipendenza dal fatto che quei  paesi tassano le loro società molto più di quanto facciano gli altri. Un recente rapporto OCSE ([1]) mostra che il 65% del totale irlandese delle imposte sulle società sono riscosse dalle consociate irlandesi di società straniere. In Lussemburgo è del 46%, in Belgio e nei Paesi Bassi è di circa il 20%. Al contrario, nei quattro Stati membri più grandi è inferiore al 10%. Le aziende globali hanno scelto queste sedi a causa delle aliquote fiscali assurdamente basse.

I Paesi Bassi mirano a preservare la posizione di forza conquistata mediante il dumping fiscale. E dietro il gruppo degli Stati Membri maggiormente interessati al mantenimento dello status quo. Il Gruppo è rinfrancato  dall’elezione dell’irlandese Donohoe a presidente dell’Eurogruppo e soprattutto dalla sentenza della Corte di Giustizia europea sul caso Apple.

Per raggiungere un accordo è sicuramente necessario un “duro lavoro”. L’opzione di un altro Consiglio europeo tra fine luglio ed inizio agosto viene considerata. La gravitas e l’esperienza politica della Cancelliera Merkel potrebbero fare la differenza nel corso della riunione, anche in considerazione del suo ruolo di presidente di turno del Consiglio UE. E’ probabile che i frugali porteranno a casa un accordo volto a preservare la loro posizione in merito alla tassazione delle società. La credibilità a Bruxelles si costruisce riordinando la propria casa in modo da presentarsi senza il cappello in mano. I mezzi e le capacità non mancano sotto l’arco di Costantino.


[1]  OECD, Corporate Tax Statistics (http://www.oecd.org/tax/tax-policy/corporate-tax-statistics-second-edition.pdf)