La notizia da Israele non è tanto la formazione del nuovo governo dopo quattro elezioni in due anni. E’ l’esclusione di Bibi Netanyahu dopo avere governato ininterrottamente per dodici anni e complessivamente da una quindicina. Il che fa di lui il più longevo governante dello Stato.

La coalizione è così composita da autorizzare i dubbi sulla durata dell’esecutivo appena i nodi esterni verranno al pettine, l’ennesima battaglia di Gaza si è appena conclusa con una fragile tregua. Si va dalla destra religiosa di Naftali Bennett al centro laico di Yair Lapid, fino alla sinistra di Labour e Meretz, nonché alla Lista Araba Unita. Con linguaggio italiano si può dire che funziona la conventio ad excludendum Netanyahu, più che l’accordo su un programma condiviso.

Al pari dell’amico Donald Trump, Netanyahu critica il governo come “fraudolento” e si impegna a rovesciarlo con un’opposizione ferrea. Diserta la cerimonia dell’insediamento, preferendo l’incontro ristretto con il successore che, in epoca precedente, fu suo Capo Gabinetto e Ministro. Un cambio di atteggiamento che ha meritato a Bennett le accuse di tradimento.

Il partito di Bennett è minoritario, il grosso dei seggi appartiene a quello di Lapid. I due sono oggi, rispettivamente, Primo Ministro e Vice Primo Ministro, si scambieranno i ruoli a metà mandato. Se ci arriveranno: è la profezia di malasorte da parte del

Likud che, pur maggioritario, è fuori dalla coalizione appresso al suo leader.

Israele cambia anche il Capo dello Stato. A luglio si insedia Isaac Herzog, un laburista moderato, figlio dell’ex Presidente Chaim: un appartenente al gruppo dei sionisti europei, di origine irlandese come Joe Biden. Si profila un nuovo asse israelo-americano attorno a due figure affini per provenienza e cultura riformista. Haaretz nota maliziosamente che Biden ha impiegato due mesi dall’insediamento per telefonare a Netanyahu e ha speso due ore al telefono con Bennett il giorno della nomina.

La partecipazione americana al nuovo corso è ovviamente discreta e sta dando alcuni frutti attesi. La ripresa delle trattative con l’Iran per ripristinare il JCPOA era stata avversata da Netanyahu. Egli aveva minacciato di bloccare l’arsenale nucleare iraniano con qualsiasi mezzo, anche a costo di indispettire l’alleato americano. Già con la Presidenza Obama aveva tenuto un comportamento irrituale criticando l’Amministrazione alle assise dei Repubblicani. Biden, allora Vice Presidente, di certo non ha dimenticato il fatto, né archiviato le immediate proteste alla ripresa dei negoziati.

Per contro si manifesta una relativa apertura in Arabia Saudita, l’altro grande oppositore. Riad ha contatti con Teheran per cercare di smussare le divergenze, specie in Yemen dove la campagna contro le milizie filo-iraniane si è risolta in un nulla di fatto, portando solo ad una gigantesca crisi umanitaria.

La mappa mediorientale e del Golfo sta per cambiare? Presto per dirlo. Molto dipenderà dal nuovo Presidente iraniano, dall’atteggiamento della Guida Suprema, dai movimenti interni alla monarchia saudita. Chiamato ad aderire agli Accordi di Abramo, il Regno esita in attesa di conoscere l’evoluzione della causa palestinese. E questo per non dare ulteriore spazio alla Turchia. Nel pieno della crisi di Gerusalemme Est, Erdogan si è proclamato difensore della Spianata delle Moschee, assurta quasi allo stesso rango di Makkah e Medina, in palese sottovalutazione delle due Città di cui il Re saudita è il Custode.

Limes dedica l’ultimo numero alla Questione israeliana. Il titolo è solo in apparenza paradossale. La Questione è deflagrata con l’ultima battaglia di Gaza e con i suoi contraccolpi in seno alla società dello Stato. Le città miste, e cioè abitate da ebrei israeliani e da arabi israeliani, sono state teatro di violenze reciproche. La convivenza sembrava reggere alla fondazione dello Stato, si è spezzata in vari rivoli. Le comunità hanno riscoperto le ascendenze tribali, noncuranti dell’assetto moderno (europeo) dello Stato in cui la parità formale dei cittadini dovrebbe essere garantita. Una parte della cittadinanza si è scoperta meno garantita, straniera in patria, ed ha finito per solidarizzare con il palestinese esterno invece che con il concittadino ebreo.

Se poi si osserva l’andamento demografico a medio termine (gli studi di Sergio Della Pergola sono illuminanti), l’alterazione del tessuto sociale è destinata a crescere con gli anni. La componente laica perderà punti rispetto alla religiosa e all’araba. Derubricata per volontà dei Governi Likud la formula due popoli – due stati, rischia di deperire la soluzione dello stato bi-nazionale. Se già oggi Israele non garantisce pienezza di diritti ai suoi storici cittadini, cosa farebbe un giorno nei confronti dei Palestinesi “esterni”?

La causa palestinese s’intreccia alla questione israeliana con un potenziale inquietante per l’equilibrio generale. Il Governo Bennett-Lapid sarà chiamato a confrontarsi con certi temi delicati: a misurare la sua stessa funzionalità. Da una parte il partito dei coloni mira ad integrare sempre più territori palestinesi. Dall’altra il partito generalmente di sinistra ritiene l’occupazione una minaccia alla tenuta democratica del Paese.

Gli Accordi di Abramo hanno avuto come condizione l’abbandono del piano di integrare a Israele porzioni di Cisgiordania, dopo che l’Amministrazione Trump ne aveva riconosciuto la sovranità su Golan e Gerusalemme. I punti fatalmente riemergeranno nel dibattito.

La conventio ad excludendum può valere per Netanyahu, non regge per l’assetto generale.

Courtesy of Agenda geopolitica, giugno 2021