E’ un bel momento per gli europeisti, possiamo dirlo. La penso così per vari motivi. Il primo. Finalmente gli esponenti di spicco delle istituzioni e dei governi europei la pensano allo stesso modo: nella Commissione, Von der Leyen e Gentiloni; nel Parlamento Europeo, Sassoli; nella BCE, Lagarde; nei Governi, Merkel, Macron, Conte, Sanchez e tanti altri. Tutti, tranne olandesi e austriaci e pochi altri loro followers, desiderano usare alcuni nuovi strumenti di politica economica per trasformare la crisi del CV in un’occasione formidabile per cambiare il verso dell’Unione Europea, da un’aggregazione di stati un po’ rissosi, a qualcosa di più coeso. Siamo ai nastri di partenza, e la gara si giocherà il 19 Giugno con la riunione del Consiglio Europeo dei Capi di Stato o di Governo. Schierare nella squadra europeista i tre capi di Parlamento, Commissione e Banca Centrale Europea, ai quali si aggiungono i quattro Capi di Governo delle Economie e Democrazie più influenti, sembrerebbe che non ci sia partita, con un “pacchetto di mischia” che può arrivare a compromessi ragionevoli che non stravolgono l’impianto del piano della Commissione.

Il secondo motivo  è che l’impostazione del piano guarda al medio termine, con una visione basata sull’innovazione dei settori produttivi, con investimenti strategici nella sanità, nel digitale, nelle infrastrutture, ma anche, vitale per l’Italia, su riforme della PA, del codice civile, della burocrazia, dei processi, il tutto volto a fare crescere la produttività del sistema. Saprà l’Italia cogliere quest’occasione?

 Il terzo motivo riguarda la quantità di risorse proposte, 750 miliardi di euro, dei quali 500 come “grant” e 250 come prestiti a lungo termine, a tasso d’interesse prossimo allo zero. Una cifra considerevole per l’Europa, della quale il primo beneficiario sarebbe l’Italia. Un enorme regalo per il nostro Paese, che potrebbe recuperare più rapidamente il PIL perduto per via del lockdown.

Il quarto motivo riguarda la trattativa.  Qualora, per chiudere l’accordo, il finanziamento complessivo si riducesse a un totale di 500 miliardi, 350 grant e 150 prestiti, poco male. Sarebbe sempre una grande cifra, della quale pro quota il primo beneficiario sarebbe sempre l’Italia.

Il quinto motivo riguarda il bilancio europeo, entro il quale si collocherebbe il Fondo sulla Next Generation EU, così ribattezzato dalla von der Leyen. Oltre all’aumento tradizionale di risorse da parte degli stati membri, secondo il loro PIL, è prevista l’emissione di obbligazioni da parte della Commissione per il finanziamento di progetti riguardanti infrastrutture strategiche, con un forte impatto a favore delle generazioni future. Inoltre è previsto un apporto da imposte comuni europee, tipo web tax, carbon tax, Tobin tax, o altre ricollegabili non solo alla tutela dell’ambiente, ma anche ai vantaggi che le grandi imprese traggono dal Mercato Unico. S’intravede il seme fiscale dell’Unione federale.

Il sesto motivo riguarda la ragione politica profonda: in assenza di questi aiuti, le economie mediterranee crollerebbero e, insieme ad esse, le economie dell’impero centrale perderebbero la loro guerra contro il CV. Sarebbe la terza guerra perduta dalla Germania in meno di 100 anni!

Il settimo motivo è legato all’insostenibilità dell’euro, via la nuova crisi che i mercati finanziari internazionali scatenerebbero attraverso il crollo della fiducia nei titoli di stato nazionali – non solo italiani – e l’aumento dello spread.

Ci sarebbe infine da considerare un ottavo motivo, legato alla geopolitica. Il crollo dell’Unione europea altererebbe gli equilibri mondiali con sviluppi ed esiti molto incerti.

Non desidero entrare nel merito del settimo e ottavo motivo, perché se n’è parlato tanto quando Matteo Salvini faceva parte del Governo, ed esponenti del suo partito andavano in giro seminando pillole velenose anti euro e anti occidentali, a favore della Russia e della Cina. Per il momento, rimango fiducioso su quanto decideranno i Capi di Governo il 19 Giugno prossimo, consapevole però che la razionalità non è sempre della politica. Prima di battere le mani è prudente attendere. 

di Michele Bagella, Docente di Economia monetaria all’Università di Roma Tor Vergata