Tra alleanza e autonomia, il ruolo dell’Europa nel nuovo Ordine mondiale.
Lectio magistralis di Paolo Gentiloni.
7 novembre 2025.
Sala Galeotti dell’Università degli studi di Bergamo.
Introduzione del prof. avv. Alberto Sciumè, Direttore del Creaf.
Il senso di un’introduzione a una lectio magistralis del presidente Gentiloni è soltanto quello di presentare lo stato di un’esperienza ovvero di quello che è il panorama dei sentimenti che oggi si agitano o si muovono sul territorio, nel territorio, con riguardo all’Europa e alla dialettica che tutti noi viviamo sulla nostra pelle, sulla nostra esperienza, appunto, tra ciò che è Europa e ciò che Europa non è. Sia all’interno che all’esterno. Una dialettica che abbiamo visto elevare i toni – in particolare sia all’interno che all’esterno – in questi ultimi 4 5 anni.
Però, intanto devo dire che anch’io devo accodarmi al tema, non sempre gradevolissimo, dell’età e quindi deve dire – e lo dico con una formula molto sintetica – io sono un boomer post-bellico. Appartengo alla fascia generazionale dei boomers postbellici e quindi ho attraversato – più forse dei colleghi presenti qui – il percorso per cui dal passaporto sono passato alla carta d’identità; e oggi la carta d’identità mi serve soltanto se prendo un volo all’interno del perimetro europeo, altrimenti non vi sarebbe necessità.
Ecco, provo a tracciare molto brevemente quali sono oggi i sentimenti che caratterizzano la l’esperienza che vedo diffusa nella popolazione europea, non solo italiana. C’è un sentimento di fondo che è un sentimento di timore, di paura, forse perché, pensando anche a quello che aveva tracciato Jean Monnet, siamo in una fase in cui non siamo al culmine o nella fase dello sviluppo, ma siamo in una fase apparentemente, dico apparentemente, di depressione, depressione, che è il riflesso di una mancanza, cioè di lacune, di vuoti nel sentimento di appartenenza all’Europa.
Ma dico anche che da qui entra la mia competenza di storico. Il mio essere giurista si radica nella storia e mi pare di poter dire che nella storia europea i momenti di crescita e di sviluppo sono sempre stati legati a una corretta applicazione, a un corretto funzionamento, di quello che può essere un governo multilivello del territorio europeo. Territorio complesso, perché nelle identità mia, come di ciascuno dei presenti, anche se non ne ha magari consapevolezza, specialmente forse i più giovani, si agitano, sono presenti, diverse identità.
Io ho l’identità europea ma sono italiano, sono bresciano in adozione per l’università, nato a Modena e così via.
Questa esperienza multilivello si gioca innanzitutto a livello individuale. Allora da qui scaturiscono una serie di interrogativi sul tempo presente, su quella fase che stiamo attraversando. Provi a riassumerli in tre interrogativi.
Il primo è, noi sappiamo che si profila all’orizzonte un’ipotesi di allargamento dell’Unione con una crescita molto, molto elevata, prevista per gli anni che vanno dal 2030 al 2035.
Allora, in questa crescita è ragionevole pensare a un governo di un di un’Unione europea a 30 membri, tra l’altro con l’ingresso di paesi che hanno un valore di ricchezza inferiore alla media europea?
Quindi con un problema di solidarietà al suo interno e quindi con un problema di politiche di coesione; e basta una programmazione pluriennale al ribasso oppure dobbiamo pensare al rialzo, un po’ anche per difendere quelle che sono le identità dei paesi che sono all’origine dell’Unione e quindi alle nostre identità.
Secondo interrogativo.
Quale modello di sviluppo ci sarà per l’Europa?
Quello di una riforma dei trattati, come da molte parti si sente. Per togliere su molti aspetti, su molti temi, l’unanimità? Oppure può valere il richiamo agli ultimi interventi. Per esempio, a quello che dice Mario Draghi, ossia che una politica accorta di gestione dei Trattati può portare a delle soluzioni più adeguate, più facili da questo punto di vista.
E in terzo luogo, forse quello che ci preme di più, il tema della difesa.
Ma è ragionevole pensare effettivamente nei termini in cui sembra che si vada? Cioè quelli di una crescita della difesa, ma di una difesa dei singoli Stati coordinati a livello europeo; oppure è più ragionevole riprendere quell’ipotesi iniziale ancora per noi legata alle figure di De Gasperi e che fu affossata dal Parlamento francese, dai francesi, diciamolo pure, quello cioè di una difesa comune?
Ecco, sono temi che hanno un valore culturale, ma intanto hanno un valore esperienziale, toccano le nostre esistenze ed ai quali, semplicemente, con queste parole ho voluto dare forma un po’, per così dire, accademica, ma non niente più di questo.
Grazie.
Lectio magistralis di Paolo Gentiloni.
Grazie. Buongiorno a tutti. Ringrazio le due università e i Magnifici rettori. Mi fa piacere che questo incontro sia anche un’ulteriore occasione di collaborazione tra Bergamo e Brescia, che ricordo come doppia capitale della cultura, che ha lasciato un segno importante. E ringrazio il professor Sciumè, tutti quelli che hanno organizzato questo incontro e saluto anche in modo particolare gli studenti che sono nell’altra sala perché non li vediamo direttamente, ma ci ascoltano.
Siamo in un periodo di straordinaria incertezza. Poi si dice sempre ‘sta storia dell’incertezza. È famoso il libro di un economista americano, John Galbraith, che si chiamava l’età dell’incertezza e che è uscito nel 1974 o 75, credo. Quindi, in sé l’incertezza non è una novità. Però credo che non abbiamo mai vissuto un livello di incertezza per quanto riguarda i fondamentali del mondo: la pace, la guerra, la collaborazione, le alleanze, l’innovazione e quello che stiamo vivendo oggi. E c’è una frase del Cancelliere tedesco Merz che mi ha colpito di qualche settimana fa. Merz ha detto: non siamo in guerra, ma non siamo neanche in pace. E poi per noi italiani abbiamo sentito spesso dal Papa in questi in questi anni i discorsi sulla guerra mondiale a pezzi e su queste dinamiche. E quello che credo sia l’origine di questa particolare incertezza è il fatto che l’ordine mondiale che abbiamo conosciuto in questi ottant’anni sembra non reggere più e essere messo fondamentalmente in discussione. Al centro di questo ordine, creato dopo la Seconda guerra mondiale, erano gli Stati Uniti. Erano e sono ancora. L’ordine nasce dal punto di vista economico, come sapete, in un incontro che si fece in America, nel New Hampshire, in un albergo, in una località che si chiama Bretton Woods e c’erano una cinquantina di paesi. Si discusse abbastanza accanitamente dentro questo incontro. C’erano posizioni più all’avanguardia, più ambiziose, in particolare il grande economista Keynes, che spingeva per avere una soluzione multilaterale, molto più avanzata. Pensate che Keynes propose a Bretton Woods l’adozione di una moneta nuova comune, una specie di esperanto monetario. Lui la chiamava Bancor. E pensava che quella moneta comune avrebbe potuto essere il riflesso sul piano finanziario di una possibile pace. Attenzione: eravamo nel ’44. La guerra non era ancora finita e si disegnava questa prospettiva. In realtà, in quella riunione vinsero l’atteggiamento e la scelta più realista degli Stati Uniti e ne nacque un sistema basato sulla parità tra il dollaro e l’oro e su alcune istituzioni: il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. Questo sistema arriva fino ai giorni nostri. Sappiamo che a un certo punto, negli anni 70, la parità tra il dollaro e l’oro è saltata. Ma il ruolo fondamentale del dollaro e di quelle istituzioni che citavo resta. A un certo punto, il Presidente francese Giscard d’Estaing chiamò il ruolo del dollaro, parliamo degli anni Ottanta, un privilegio esorbitante. Effettivamente è un privilegio. Notevole, no? C’è un paese che stampando la propria moneta può, di fatto, condizionare le relazioni economiche nel mondo. Contemporaneamente nasceva quello che conosciamo come ordine multilaterale. Avete sentito il rettore dell’Università di Brescia riferirsi all’Organizzazione mondiale della sanità. Questa ed altre istituzioni sono tutte un po’ derivate delle Nazioni Unite, che nascono dopo la guerra. E da ultimo nasce anche – poverina di questi tempi – l’Organizzazione mondiale del commercio, che è stata forse l’ultima in ordine di tempo a stabilirsi con la sua forza attuale, che è oggi molto messa in discussione. E infine, dentro questa cornice, quello che abbiamo chiamato per decenni il mondo libero, si organizza attraverso le sue alleanze militari, la NATO, le sue organizzazioni più politiche, che nascono molto più tardi, il G 7. E tutto questo edificio, che nasce alla fine della guerra, è un po’ il terreno su cui il discorso europeo mette le proprie fondamenta. Non che di Europa non si fosse parlato da molto tempo. Si parlava. Noi in Italia abbiamo avuto da Mazzini, che aveva la sua giovane Europa, al federalismo di Carlo Cattaneo, per parlare di cose lombarde. E poi abbiamo avuto Ventotene, gli antifascisti che sognavano gli Stati Uniti d’Europa durante la dittatura. Però, poi, tutto questo lavorio, queste riflessioni, questa ambizione, questi sogni hanno cominciato a realizzarsi negli anni 50, dopo la Seconda guerra mondiale. E hanno subito preso atto di una differenza, di una biforcazione tra chi aveva in mente – e una parte delle idee che ho citato prima avevano questo in mente – una specie di Stati Uniti d’Europa: l’impostazione è, come si dice, federalista. E chi invece – e poi è questa la strada che si è presa a livello europeo – pensava che la strada federalista sarebbe stata impossibile e che bisognasse arrivarci per gradi e magari utilizzando singoli argomenti su cui unirsi e fare dei passi in avanti. In gergo si dice un approccio funzionalista. Quindi i federalisti che volevano gli Stati Uniti d’Europa; i funzionalisti che dicevano andiamo per gradi e lavoriamo per un’integrazione graduale; partiamo da singole questioni e lavoriamo. Simbolico, proprio alla nascita di questo percorso, nei primi anni ‘50, il fatto che l’idea a cui teneva molto il leader italiano dell’epoca, Alcide De Gasperi, di una comunità europea della difesa – che sarebbe stata ovviamente un passo straordinario verso un’Europa Federale – fu bocciata dal Presidente De Gaulle e si ripiegò per una strada che cominciò invece con la famosa Comunità del Carbone e dell’Acciaio, quindi invece di cominciare dalla difesa e cioè dal massimo di sovranità, si comincia da un pezzo, che non è un pezzo marginale, perché sul carbone e sull’acciaio, soprattutto francesi e tedeschi, si erano fatti la guerra per settant’anni, per tre volte avevano avuto una grande guerra, dall’Ottocento al Novecento. Però era appunto l’idea: partiamo da una collaborazione su un argomento. Questa storia, chiamiamola funzionalista, è stata una storia di successo, di enorme successo. Perché i Trattati di Roma, 1957, nascono con sei firmatari. Tre grandi paesi, Germania, Francia, Italia; e i tre paesi, all’epoca si diceva del Benelux, quindi il Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo. Questi sei paesi diventano e sono al momento – lasciamo stare la prospettiva che evocava il professor Sciumè di un’ulteriore allargamento – e non sono pochi, 27. 450 milioni di abitanti. Una storia attraverso la quale si è espansa la democrazia in Europa. Perché di questo gruppo di 27 paesi hanno gradualmente fatto parte, prima paesi che erano dominati da dittature fasciste, penso alla Grecia, la Spagna e Portogallo, poi paesi che erano dominati da dittature comuniste, tutti i paesi dell’est. Questa espansione a macchia d’olio di un modello democratico è stata anche espansione di benessere, di prosperità. Se pigliate, per esempio, il gruppo di paesi che sono entrati nel 2004, gli ex paesi comunisti – non tutti, perché una parte dei Balcani non sono entrati- e vedete qual era il livello del reddito medio in questi paesi in relazione a quelli che erano già nell’Unione europea, quando ci fu l’allargamento nel 2004, il loro reddito medio era all’incirca il 45% del reddito medio di quelli che erano già nella Unione europea. Quindi, meno della metà del reddito medio del resto. Adesso i più giovani non lo ricordano, ma quelli delle prime file, che sono un po’ più anzianotti, ricorderanno tutte le storie dell’idraulico polacco che sarebbe arrivato e avrebbe distrutto le nostre economie, eccetera eccetera. Adesso, dopo vent’anni, un paese come la Polonia, per esempio, grossomodo ha è arrivato al 90% del reddito dell’insieme dell’Unione europea. E lo stesso vale per un paese come la Slovenia, cioè alcuni di questi paesi sono molto vicini a livello di reddito medio di un paese come l’Italia; sono più avanzati di alcune regioni del Sud del nostro paese in termini di reddito medio. Quindi non è stata solo un’espansione a macchia d’olio della democrazia, è stata un’espansione della prosperità. Nel gergo europeo questo si chiama convergenza; cioè, i paesi che stanno dentro l’Unione europea convergono verso un livello economico comune. E poi, a un certo punto, è arrivata la moneta. Inizialmente, quella moneta, che si decise di fare nel ’99, coinvolgeva 12 paesi. Adesso – tra un mese, un mese e mezzo – entrerà il ventunesimo, quindi da 12 a 21; e se guardiamo i sondaggi nei paesi che non sono dentro l’Euro, la maggioranza della popolazione vorrebbe entrare dentro l’euro. Anche perché stare fuori dall’euro non ti dà una grandissima autonomia. Uno dice vabbè, ma io mi faccio la mia politica monetaria. Talvolta i banchieri centrali dei paesi fuori dall’Euro raccontano che la loro autonomia dura dalle tre alle quattro ore; cioè, quando la BCE decide di modificare i propri tassi di interessi, magari la banca – adesso non faccio nomi, insomma, di un paese Nordico – ci mette tre ore ad adeguarsi; che è difficile in un contesto come questo avere delle politiche monetarie diverse, tendono ad allinearsi inevitabilmente. Quindi sono stati fatti grandi passi avanti. Schengen è stato ricordato. E anche, in fondo – e qui arriviamo a vicende di cui io sono stato partecipe – la risposta al Covid, in cui, tra l’altro, le vicende di Bergamo di Bergamo svolsero un ruolo importantissimo, no? In particolare, quell’immagine dei camion militari dal cimitero monumentale è stata tra le cose – perché poi i decisori politici sono delle persone, no? Quindi l’immagine probabilmente (non ne ho nessuna prova, ma ) ha svolto un ruolo anche nell’indurre la Cancelliera tedesca dell’epoca, Angela Merkel, a fare una cosa che per i tedeschi era impensabile, cioè accettare i famosi eurobond, il famoso finanziamento comune. E quindi questo edificio è andato crescendo, è andato crescendo non solo gradualmente, anche un po’ a strappi, cioè attraverso alcune scelte fondamentali. Ve ne voglio citare solo una. A un certo punto, negli anni 90, dopo la fine della guerra fredda, il crollo del muro di Berlino, c’è uno scambio molto importante. E, di fatto, io lo chiamo scambio. Ma, insomma, c’è un’intesa. Da una parte la Francia e l’Italia – non erano tutti d’accordissimo – accettano la riunificazione della Germania. Qualcuno in Italia ricorda la famosa battuta di Giulio Andreotti, politico dell’epoca, che diceva: “amo talmente la Germania che preferirei che rimanessero due e che non si unificassero”. Però la Germania si unifica e in cambio dell’unificazione tedesca rinuncia a quella che era stata per la Germania federale, cioè la Germania Ovest, la cosa più importante nel corso dei decenni; e cioè la forza del Marco tedesco e della Bundesbank, della Banca centrale tedesca,; consegna l’autonomia alla BCE e rinuncia al Marco per l’Euro.
Questa intesa – riunificazione tedesca in cambio di – fece fare un passo in avanti enorme alla costruzione europea. E tuttavia il tentativo di dare a questi passi in avanti, a questo straordinario percorso che ho cercato di sintetizzare, una veste giuridica costituzionale – facciamogli fare un passo in avanti, anche formale, con una nuova Costituzione europea- non riesce. Ci si lavora per l’Italia, c’erano c’era Giuliano Amato, Gianfranco Fini, che partecipavano a questo gruppo di costituenti europei, si elabora una nuova Costituzione. La nuova Costituzione viene bocciata da alcuni referendum fondamentali, primo fra tutti un’altra volta la Francia. Seconda volta dopo un po’ più di cinquant’anni rispetto alla Comunità europea della difesa. Ma non solo la Francia, anche altri paesi europei. Quindi si ripiega, nascono quelli che adesso sono i trattati in vigore dell’Unione europea, i cosiddetti trattati di Lisbona che sono un po’ una via di mezzo tra il passo avanti che si voleva fare verso l’integrazione e la situazione precedente. Quindi, diciamo così, nasce un’Unione europea che ha dichiaratamente una ambizione politica strategica e non solo commerciale, economica, ma che a questa ambizione politica strategica non riesce del tutto a dare gli strumenti decisionali e di capacità di cui avrebbe bisogno. Questo tipo di chiamiamola incompiuta, no, una cosa straordinaria che nessuno nel mondo ha fatto, cioè paesi che dopo essersi fatto la guerra si mettono insieme e costruiscono una entità politica comune non come risultato di una guerra. Se ci fate caso, gli Stati unitari, gli Stati Uniti nascono molto spesso alla fine di una guerra. Questo edificio europeo invece nasce al contrario, e cioè dopo una guerra, dopo quella seconda guerra mondiale nella quale pensate, uno europeo su sei era rimasto ucciso o sfollato, uno su sei nel corso della Seconda guerra mondiale. Dopo questo nasce questo percorso, questo percorso, però, è tuttora un’incompiuta. E a questa incompiuta si riferiscono le tensioni e le difficoltà del che abbiamo adesso, il percorso non del tutto definito, l’ambiguità tra essere un’entità sovrana e conservare la sovranità dei 27 paesi, che ci portiamo dietro e forse ci porteremo sempre dietro noi europei; questa contraddizione adesso è messa sotto pressione da spinte nazionalistiche che ci sono negli ultimi 10, 15 anni un po’ dappertutto, nei piccoli e grandi paesi. Non è che la spinta nazionalistica c’è solo negli Stati Uniti, c’è anche in Bulgaria. Dico Bulgaria per dire dappertutto, nel senso che ogni paese, anche i piccoli paesi, hanno magari una pagina della loro storia in cui contavano molto e qualche politico che magari si riferisce a quei periodi in cui la Lituania era padrona di mezza Europa e dice, dobbiamo tornare a essere la Lituania di una volta. Noi l’abbiamo fatto durante il fascismo, no, con l’uso dei riferimenti alla storia di Roma, eccetera eccetera. Ma cose molto simili avvengono un po’ nel nella spinta nazionalistica, un po’ dappertutto. C’è un fondo in questo, anche qualcosa che era stato sottovalutato dalle classi dirigenti europee, non solo europee, e cioè una voglia di radici, una voglia di identità, una voglia di riconoscersi nella propria storia, nel proprio territorio, fuori dall’illusione che noi tutti possiamo appartenere a tutto il mondo. Quando nasce quella la piattaforma di bed and breakfast che si chiama Airbnb, il suo slogan è belong everywhere, appartenere a ovunque. Il che a me piace moltissimo, mi piace di sentirmi – che ti posso dire – greco se sono in Grecia o canadese se sono in Canada, però capisco bene che c’è lì un vuoto, nel senso che molti coltivano il nazionalismo non solo perché qualcuno soffia sul fuoco, qualcuno alimenta sentimenti in modo particolare contro i migranti eccetera, ma anche perché magari c’è la voglia di sentirsi riconosciuto nella propria storia, nel proprio territorio, nella propria realtà. Dobbiamo fare i conti quindi con un risorgente nazionalismo, dobbiamo fare i conti anche con un’altra cosa e cioè: in fondo noi abbiamo avuto fino a vent’anni fa la convinzione che senza democrazia non era possibile la prosperità, il successo economico. Un premio Nobel indiano, che si chiama Martya Sen, ha scritto un volume molto importante sul nesso inscindibile tra democrazia e successo economico. E negli ultimi vent’anni abbiamo scoperto principalmente guardando alla realtà della Cina, che questo non è un dato di fatto scolpito nella pietra. E questo è stato un’altra delle sfide che un’entità come l’Unione europea si trova davanti, cioè l’idea che qualcuno può coltivare, che in fondo anche nelle autocrazie si può avere un successo economico. Cosa che alla lunga io non credo sia vera, non è detto che sia vera anche per la Cina, perché è molto difficile poi coltivare stabilmente il successo economico senza avere anche quel ricambio di idee, di proposte, quella concorrenza che caratterizza i paesi democratici. Però è una realtà. E infine, questa incompiuta ha dovuto fare i conti con la fragilità del suo modello. E la fragilità riguarda sia i processi decisionali, il fatto che su alcune materie come la politica estera, la politica di difesa, le tasse, sia necessaria l’unanimità. E quindi un paese di 300.000 abitanti può bloccare le decisioni di un’Unione di 450 milioni di abitanti. Questo è il meccanismo attuale dell’Unione europea e anche – altra enorme debolezza del modello – l’idea che sia possibile separare la politica monetaria dalla politica di bilancio, cioè che sia possibile avere una moneta unica e 27 ministeri del Tesoro, 27 politiche di bilancio diverse. Attenzione, non è detto che non sia possibile per un certo periodo. Anche negli Stati Uniti è successo una cosa del genere a parti rovesciate. In America nasce prima il Tesoro federale, Hamilton, e poi dopo un certo periodo di tempo nasce quella che adesso chiamiamo FED, cioè la Banca federale americana. Per molti anni il Tesoro federale deve rapportarsi alla Banca del Texas, alla Banca del New Jersey, a banche nazionali di Stati americani. Ma non dura in eterno. Questa è un’altra delle fragilità, credo del modello. E in questo contesto in cui l’incompiuta europea ha a che fare con queste tendenze nuove, irrompe la nuova Presidenza degli Stati Uniti. Perché è chiaro che la Presidenza, con un’enorme velocità – sono solo 10 mesi che Donald Trump è alla Casa Bianca – i cambiamenti sono sotto gli occhi di tutti. Riguardano anche le cose interne americane, ma qui non ne parleremo. Alla fine si possono sintetizzare, banalmente, con il fatto che il pilastro o addirittura l’architetto dell’ordine mondiale di cui abbiamo parlato prima – Bretton Woods, l’Onu, eccetera – l’architetto adesso se ne disinteressa o addirittura lo prende a picconate direttamente questo ordine mondiale. Ed è chiaro che questa è una cosa enorme. Che per noi rappresenta, per l’Europa rappresenta, una sfida straordinaria. Anche perché in questa spinta America first, make America Great again, l’Unione europea non è un alleato. È vissuto come un bersaglio. Il Presidente degli Stati Uniti qualche mese fa ha detto, l’Unione europea è nata per fregarci, per fregare noi americani. Una specie di manifesto ideologico della movimento M.A.G.A., scritto da una Fondazione che si chiama Heritage Foundation – il manifesto si chiama 2025 – tra le tre grandi priorità del movimento inserisce, cito: dismantel de Eu, smantellare l’Unione europea. Qui non è soltanto che non c’è più l’atteggiamento che hanno avuto gli americani nel secolo scorso e cioè di consentire agli europei – e anche giapponesi a quelli con i quali con alcuni dei quali avevano fatto la guerra, tedeschi, italiani, giapponesi – di svilupparsi, accordi commerciali, piano Marshall; ma c’è addirittura un atteggiamento di che considera il fatto che gli europei si uniscono come un problema; come una minaccia per gli Stati Uniti. Questo pone il tema fondamentale che oggi noi europei abbiamo di fronte, che è il tema dell’autonomia strategica dell’Europa. In questo senso ha ragione chi dice che la presenza Trump può costituire anche una sveglia, un’occasione per noi europei. Perché è evidente di fronte a questo quadro, con i problemi che ho cercato di dire prima e con l’accelerazione impressa dal presidente Trump, è evidente che gli europei o si danno una mossa sul piano della loro autonomia strategica, oppure diventeranno ininfluenti nella realtà del mondo che abbiamo davanti. Forse la Germania può ritagliarsi un suo spazio. È sempre la terza economia mondiale, c’ha 85 milioni di abitanti. Ma insomma, è chiaro che o c’è un’Europa autonoma, anche sul piano geopolitico, oppure conterà qualcun altro nello scenario mondiale. E cosa vuol dire autonomia strategica per l’Europa? Io citerei quattro cose, la prima, essere competitivi nella grande corsa verso l’innovazione tecnologica scientifica. Leggersi il rapporto Draghi, o almeno la sua sintesi che è accessibile su 40 pagine. Senza troppo pensare che noi europei siamo tagliati fuori; perché sì, è vero, non abbiamo in casa in Europa i luoghi nei quali si fonda l’intelligenza artificiale generativa, se non marginalmente. Non so quanti di voi abbiano la APP della francese Mistral, è più probabile che abbiate, se l’avete, la APP di chat GPT o di qualche altra. Però attenzione. Quando si parla di incorporazione dell’intelligenza artificiale nei nostri sistemi di imprese non è affatto detto che noi europei dobbiamo essere nella retroguardia, anzi, uno studio recente della BCE fa vedere che se parliamo di incorporazione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi delle imprese e prendiamo le medie imprese medio grandi imprese – cioè lasciando fuori le piccole – l’Europa non è affatto più indietro degli Stati Uniti. Non dimentichiamo mai che Henry Ford era americano, ma le case automobilistiche tedesche o giapponesi hanno ampiamente superato quei modelli, nonostante fossero stati di fatto creati altrove. Competitività, difesa comune. Non esiste un soggetto autonomo sul piano geopolitico che non abbia una capacità di difesa. E purtroppo questa capacità di difesa gli americani, che l’hanno sostanzialmente garantita a noi europei per settant’anni, non ce la garantiscono più. Se non in casi estremi di deterrenza, ma chi lo sa poi? Quindi andare in quella direzione, rispetto all’alternativa che poneva il professor Sciumè, io non ho dubbi sul fatto che quella direzione significa avere una difesa europea, non 27 rafforzamenti di 27 piccole difese nazionali. So che non è facile. Ci vuole un sacco di soldi per rendere attraente spendere europeo, avere sistemi di difesa europei e non ciascun paese farsi la sua fornitura militare tradizionale. La tendenza, se non ci si mette un forte attrattore di mezzo, è ognuno si rafforza i propri sistemi di difesa. Che lo dico con tutto il rispetto per i militari della Guardia di Finanza che sono presenti, non sono strepitosi, no? Forse il sistema di difesa più forte che c’è oggi in Europa è quello ucraino. Perché nel corso di questi mesi – di questi tre anni, altro che mesi – l’Ucraina si è molto rafforzata, dal punto di vista tecnologico eccetera. Quindi difesa.
Leadership nel commercio. E questa è una partita che noi europei ci giochiamo con i cinesi fondamentalmente. Cioè una volta che in America si afferma un’idea, chiamiamola per semplicità protezionistica, e non credo sarà facile capovolgerla, non vedo facilmente un nuovo Presidente, non so democratico, che toglie le tariffe dopo tre o quattro anni. Forse sì, forse no. Vedremo. Ma la tendenza negli Stati Uniti a una maggiore protezione del proprio sistema industriale che non è nuova; che riflette cose che nel secolo scorso in America sono capitate spesso, non sarà facilmente capovolta; e tuttavia il mondo è altrove, cioè tutt’ora, il 55% del commercio internazionale è regolato dalle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. E quindi, certo, nei rapporti bilaterali con gli Stati Uniti ci sono dei problemi, ma il resto del commercio, che è gran parte del commercio mondiale, ha bisogno di punti di riferimento e l’Europa è un paese che potrebbe avere una leadership in questo campo; così come, ed è la quarta dimensione, potrebbe avere una leadership – può avere e di fatto ha una leadership – nella transizione climatica. Perché, guardate, non ha molto senso il discorso che io sento ripetere spesso e cioè, ma le emissioni degli europei sono solo il 6% delle emissioni globali. Qui il problema è se l’Unione europea, non solo per la salute dei propri cittadini – questo sul tema dell’inquinamento, sul tema della qualità dell’alimentazione è fondamentale – ma anche nella direzione della grande questione globale del riscaldamento climatico è in grado di dare l’esempio o no.
E io penso, se guardiamo a questa conferenza che si è aperta ieri a Belem, guardiamo i diversi impegni dei diversi paesi, non c’è dubbio che l’Unione europea questo con tutti i suoi limiti, le sue discussioni interne – perché hanno fatto ore e ore per arrivare a un compromesso alla fine sulla posizione europea – ma quel compromesso comunque è molto impegnativo, cioè dice: da qui al 2040 ridurremo del 90% le emissioni che avevamo nel 1990 e finora le abbiamo ridotte più o meno del 30%, quindi non è che non l’abbiamo ridotte finora. Ma le abbiamo ridotte in modo insufficiente, questo non solo è un esempio, ma è un’opportunità di business straordinaria per l’industria europea. Giustamente noi ci lamentiamo che su alcuni settori siamo indietro rispetto agli americani e ai cinesi. Nel settore delle rinnovabili e le tecnologie pulite dobbiamo stare attenti a non ripetere l’errore e ad essere indietro dei cinesi anche da questo punto di vista. Gli americani hanno preso un’altra strada, ma sono grandi produttori di petrolio, grandi produttori di gas. E il Presidente degli Stati Uniti è andato all’ONU e ha detto, questa storia del riscaldamento climatico è la più grande bufala della storia dell’umanità. OK. È una linea che va contro il consenso scientifico di tutto il mondo, che però può corrispondere agli interessi immediati degli americani: olio, gas, eccetera. Ora, queste sono le sfide di una autonomia strategica dell’Europa, che ha fatto passi avanti, ma con una lentezza in questo periodo che non è compatibile con la velocità con la quale cambia il mondo. E questa lentezza ha a che fare, io credo, non solo con delle norme giuridiche – e cioè il veto, le cose che dicevamo prima – ma con un contrasto di fondo che c’è e di cui credo dobbiamo essere tutti consapevoli e ed è il contrasto tra – stiamo tornando in fondo all’inizio di queste mie parole- di chi ha un’idea di un’Unione europea federale, di un’Unione europea più integrata, di un’Unione europea che conta anche sul piano geopolitico della politica estera della difesa, di Unione europea che ha un bilancio un po’ più grande dell’attuale. Sapete quant’è il bilancio oggi del dell’Unione europea: è l’uno %1% del PIL dei 27 paesi europei. Se lo guardiamo in termini assoluti, più o meno vale il bilancio del Portogallo, il bilancio dell’Unione europea, meno della metà del bilancio italiano. Eppure, non c’è pagina di giornale in cui non troverete un appello a che l’Europa faccia questo, l’Europa risolva quest’altro. Ma questo è il bilancio dell’Unione europea. Negli Stati Uniti il bilancio federale è il 26% delle entrate americane; il 26% vengono date alle spese federali. Ora non dico che dobbiamo andare al 26%, ma magari passare dall’uno all’uno e mezzo sarebbe una svolta storica per noi. Quindi dietro queste difficoltà, questa lentezza, il fatto che ci si mette tanto a prendere le decisioni, ci sono problemi relativi al modello, ma ci sono anche problemi di uno scontro di visioni tra chi vorrebbe un’Europa più integrata – che non è facile, nel senso che non è che noi arriviamo a un’Europa sovrana che cancella i 27 paesi. No, resteranno differenze. Pensate alle differenze linguistiche. E noi alla Commissione europea? Ci sono 23 lingue e quindi i traduttori adesso purtroppo minacciati dall’intelligenza artificiale, purtroppo per loro, lavorano moltissimo. Ricordo Umberto Eco diceva la lingua del dell’Unione europea è la traduzione. E in fondo aveva ragione. Quindi non è semplice andare verso un soggetto federale, confederale, unitario con la sua consistenza. Ma se non andiamo in quella direzione ci sono due problemi. Il primo è che contiamo zero nel contesto politico attuale. La famosa frase che molti riprendono, non possiamo essere gli unici erbivori in un mondo di carnivori. E questa è una verità. Ma l’altro problema è che nel frattempo l’Unione europea decide un sacco di cose. I due terzi delle cose che ci riguardano, che riguardano questo pezzo di carta, questo telefono, e tante altre cose; quello che mangiamo, come ci muoviamo, sono decise non a Roma, a Bruxelles. E quindi o noi andiamo avanti in questo percorso, oppure rischiamo in questo percorso di rimanere un po’ appesi e alla fine di fare marcia indietro; e dobbiamo essere consapevoli che c’è una spinta politica a fare marcia indietro. E questa spinta politica non è più come è avvenuto 10 anni fa, una spinta ad uscire dall’euro dall’Unione europea. Perché non lo è? Se mi chiedete una ragione fondamentale per cui non c’è più questa spinta a uscire è perché chi è uscito non gli è andata bene. Quando gli inglesi uscirono dall’Unione europea parlavano della Singapore nel Tamigi, di un paese che avrebbe avuto livelli di sviluppo micidiali; e purtroppo le cose in Inghilterra sono andate molto peggio che nel resto dell’Unione europea negli ultimi 10 anni. Al punto che gli inglesi che misurano la roba che chiamano Bregret, cioè coloro i quali sono pentiti di aver abbandonato l’Unione europea, il Bregret nel Regno Unito è maggioranza stabile da molti anni. Non sto dicendo che domani torneranno nell’Unione europea, ma certamente non hanno fatto faville fuori dall’Unione Europea. Quindi un pò anche per via di questo esempio inglese, chi oggi vuole meno integrazione europea, meno prospettiva per l’Europa, preferisce il sabotaggio, parole grosse, ma insomma preferisce svuotarla da dentro piuttosto che provare a convincere i cittadini che stare senza l’euro e con la vecchia lira o stare da soli nel mondo sia conveniente. Si rende conto che queste cose sono difficilmente accettabili per la maggioranza dei propri cittadini e quindi cerca di svuotarla da dentro, di evitare che abbia maggiore forza. E qui concludo un po’ con le cose che ricordava prima il rettore dell’Università di Bergamo; che ho detto anche in un’intervista oggi sull’Eco. E cioè che se abbiamo la consapevolezza che quindi una grande discussione, uno scontro sull’avvenire dell’Europa; un’Europa più autonoma, un’Europa capace di contare nel mondo, un’Europa capace di non essere maltrattata sul piano economico e quindi di difendere la prosperità guadagnata in questi decenni, perché purtroppo nel mondo di oggi, se non sei un attore geopolitico, non sei neanche una potenza economica, non ce la fai, quindi paghi anche economicamente il prezzo della tua debolezza politica e strategica. L’abbiamo visto con i dazi e la discussione sui dazi col Presidente Trump. Se questa prospettiva vogliamo difenderla, dobbiamo cercare, secondo me, di prendere la parola, di alzare la voce in difesa della prospettiva europea. Io personalmente mi sono convinto del valore, diciamo così, di essere affezionati al proprio paese. E penso che alcuni presidenti della Repubblica qui in Italia, da Ciampi in poi soprattutto, ma sempre, soprattutto gli ultimi tre, abbiano molto lavorato per far riconciliare gli italiani con l’idea di patria. Pensate che per molti decenni non c’è stata la sfilata militare il 2 giugno. No, perché noi, come anche i tedeschi, i giapponesi, dopo il disastro del fascismo e della guerra, eravamo molto riluttanti sui valori Patria, la bandiera, l’inno nazionale, bla bla bla. Penso che adesso siamo diventati tutti adulti e ci rendiamo conto che questi valori comunque hanno una loro importanza storica notevole, almeno io lo penso così. Ma contemporaneamente penso che sia indispensabile oggi un certo grado di patriottismo europeo. Perché se le cose dell’Europa – e con questo mi rivolgo soprattutto a voi studenti – le consideriamo un dato, questa cosa che ci consente (io ho fatto l’università alla Sapienza a Roma per andare a sentire un corso, i pochi che ci andavano dovevi andare alle 06:30 di mattina e mai mi sarei sognato di andare a fare l’università. Boh in Belgio in Inghilterra o non so dove no – ecco, questa cosa è la bellezza, una delle bellezze del mondo di oggi. In America è un po’ più difficile perché – se qualcuno di voi ha intenzione – sappiate che stanno stringendo le regole sui visti in modo molto pericoloso, quindi consiglierei l’Europa, ma comunque si gira. Si conosce il mondo, si può lavorare in un mercato unico di 450 milioni di abitanti. Per chi fa impresa ha un accesso diretto a un mercato di queste dimensioni, ma tutta questa cosa è stata il frutto di decisioni complicate, di lavoro straordinario, fatto soprattutto il secolo scorso. Poi alla fine e mantenuto con fatica ultimamente, che non è un regalo che sta lì e per sempre. E se noi torniamo all’Europa divisa, i primi a farsi la guerra saranno gli europei. Guardate che gli europei hanno un mestiere, un’esperienza in termini di guerre che si fanno tra loro, che a noi adesso ci sembra ridicolo, no, il fatto che i tedeschi e i francesi possano farsi la guerra, ma figurati. E che hanno fatto nel corso dei secoli. Questo. Tant’è che alla fine della Seconda guerra mondiale il Cancelliere Adenauer voleva un Parlamento unico franco-tedesco, voleva un passaporto unico franco-tedesco, era talmente spaventato dall’idea che si ricominciasse da capo, che voleva prendere delle decisioni irreversibili tra Francia e Germania. Dico Francia e Germania perché è chiaro che il fronte delle guerre in Europa è stato molto spesso, non sempre, in quel confine: l’Alsazia, la Lorena, eccetera. Quindi non è un regalo acquisito e per sempre, è una conquista faticosa – dai carceri di Ventotene alle decisioni prese nel corso di tutti questi decenni – che dobbiamo coltivare, alla quale dobbiamo far fare dei passi in avanti. E questo dipende moltissimo dal fatto che gli studenti più giovani, quelli tra voi che dell’Unione europea hanno avuto anche il privilegio. Io ho detto sì, privilegio. So benissimo che la vostra di per sé non è una generazione privilegiata; anzi, si trova di fronte a sfide, incertezze che le nostre generazioni non hanno avuto. Però un piccolo privilegio c’è. E cioè di vivere in questo contesto europeo. Che significa libertà, pluralismo, diritti delle minoranze, servizi sociali universali. Una parte del programma del neo eletto sindaco di New York, noi in Europa già ce l’abbiamo. Lui giustamente si batte per avere scuola pubblica gratuita per le famiglie meno abbienti newyorkesi. Il modello europeo è una cosa alla quale noi siamo straordinariamente affezionati, ma che dobbiamo difendere. Io non voglio che a sventolare le bandiere europee siano solo i giovani e le popolazioni che vogliono entrare nell’Unione europea. Le vedo sventolare a Tbilisi, a Kiev. Mi piacerebbe tanto – ogni tanto è successo. È stata una bella manifestazione a piazza del popolo a Roma – che a sventolarle fossimo anche noi e soprattutto voi. Vi ringrazio.
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