Il Mediterraneo allargato è convenzionalmente l’area che va dal Maghreb al Mashrek fino al Golfo ed è di costante attualità per gli interessi strategici dell’Unione Europea, la quale identifica nella Libia una delle sue principali priorità. Con la tregua fra i due belligeranti, il Premier al-Sarraj a Tripoli e il Generale Haftar a Bengasi, si profila l’ipotesi di un compromesso fra le fazioni in lotta, che dovrebbe vedere l’uscita di scena di Serraj e il depotenziamento di Haftar. Tuttavia, anche in questo scenario saremmo comunque ancora lontani dalla pacificazione del paese, il quale troverebbe il suo assetto nel riconoscimento della divisione fra Tripolitania e Cirenaica, forse collegate da un patto confederale. L’Amministrazione Biden ha recentemente proclamato che Libia e Siria sono esenti da influenze straniere, intendendo per la Libia quelle di Turchia e Russia. Inoltre, altri soggetti esterni sembrerebbero muoversi nel paese, a cominciare dalle potenze sunnite dell’Egitto e del Golfo. La dichiarazione americana prelude a un impegno diretto in Libia o è il modo per marcare l’interesse politico senza però scendere in campo?

La questione risulta cruciale per l’Italia, in quanto da tempo viene invocato il coinvolgimento americano, potendo poco contare su quello europeo. Tuttavia, l’appello americano per la Siria ha modeste probabilità di successo, considerata la presenza russa nel paese da decenni e il suo consolidamento con l’appoggio alla posizione di Assad. Ne è ulteriore prova l’attenzione con cui Israele guarda a Mosca, ovvero non come alter- nativa a Washington, ma come un complemento della strategia di contenimento dell’Iran. Infatti, Israele chiede a Mosca di limitare la presenza di milizie filo-iraniane al confine e consentire le missioni aeree in territorio siriano per smantellare le basi.

Gli Accordi di Abramo, i quali rientrano nel “Piano del secolo” elaborato dall’Amministra- zione Trump nel 2019, sono accordi di mutuo riconoscimento fra Israele e alcuni stati arabi (in primis: Emirati Arabi e Bahrain). L’Amministra- zione Biden sembrerebbe intenzionata a seguire la stessa linea con aggiustamenti a favore della pista palestinese, in quanto ad essa il Piano del secolo dedicava le sole provvidenze economiche, sulla base dello scambio “pace contro benessere”. L’ennesima intesa, sotto gli auspici della Turchia e dell’Egitto, fra Fatah e Hamas ha consentito al Presidente Abu Mazen di convocare le elezioni politiche e presidenziali: un appuntamento atteso dall’ultima tornata risalente al 2006. I sondaggi vedono un sostanziale pareggio fra i due partiti con una leggera prevalenza di Hamas. Il profilo del successore di Abu Mazen, anche se il Presi- dente uscente intende ricandidarsi, suscita ap- prensioni. Esclusi Mohammed Dahlan e Marwan Barghouti per le vicende giudiziarie, gli altri candidati sono meno noti al pubblico internazionale. Dunque, l’eventuale vittoria di Hamas rischierebbe

“Nella fase post-pandemica, alla vigilia di un probabile allargamento ai Balcani occidentali, l’Unione Europea può evolvere solo con il salto di qualità verso una qualche forma di federalismo: per integrarsi al suo interno e rafforzare il suo profilo all’esterno”

di isolare la Palestina prima ancora di avviare la costituzione dello stato, in quanto una parte della comunità internazionale classifica Hamas fra i movimenti terroristici. La rete degli Accordi di Abramo andrebbe estesa all’Arabia Saudita,
in quanto questi hanno la duplice valenza di normalizzare i rapporti con Israele e consolidare il fronte sunnita nei confronti del fronte sciita, il quale è rappresentato dalla Repubblica Islamica d’Iran. Sembrerebbe dunque che il quadro politi- co regionale sia in movimento. In marzo, Israele terrà la quarta tornata elettorale in due anni, dopo che il Governo di coalizione Netanyahu – Ganz è fallito. Ne uscirà probabilmente vincitore il Likud del Primo Ministro, non in misura tale da potere governare da solo, rendendo dunque necessaria una nuova coalizione.

L’Iran avrà le elezioni presidenziali dopo i due mandati del moderato Rouhani, nelle quali ci
si attende la vittoria dei conservatori. Decisiva come sempre sarà la posizione della Guida Su- prema nel definire i contorni della politica estera. Inoltre, il paese esce stremato dalle sanzioni e dalla pandemia e la cautela con cui ha reagito agli attentati contro i suoi uomini e le sue strutture lascia pensare ad una pausa di riflessione per capire quale sarà l’atteggiamento americano. Per il momento le parti si starebbero scambiando messaggi tattici, in quanto gli americani vorrebbero rivedere il JPCOA (Joint Comprehensive Plan of Action) per colmare i buchi relativi all’apparato balistico ed alle infiltrazioni in Me- dio Oriente (Libano, Siria) e nel Golfo (Bahrain, Yemen), mentre gli iraniani si dichiarano disposti a bloccare l’arricchimento dell’uranio per fini militari qualora gli USA togliessero le sanzioni.

In questo contesto, Washington intenderebbe rivedere la politica della massima pressione di Trump a favore di un approccio più articolato, poiché Biden era il vice di Obama quando si concluse il JPCOA nel 2015 e se ne sente l’erede in chiave critica. Infatti, se da una parte il Pre- sidente vuole ripristinare un clima di collabora- zione con gli alleati europei (Francia, Germania, Regno Unito, oltre all’UE) che furono fra i negoziatori e i firmatari del documento, dall’altra vorrebbe mantenere il filo diretto con le potenze regionali che criticarono i limiti dell’accordo e male ne vedrebbero la riconduzione negli stessi termini. Così, il successo degli Accordi di Abramo nasce sulla scorta della strategia anti-iraniana e della insufficienza del JPCOA nel contenere le pretese egemoniche: dirette, tramite i movimenti sciiti presenti nella regione (Iraq, Siria, Libano, Yemen), con il sostegno “improprio” a Hamas. Conseguentemente, l’opposizione israeliana al JPCOA, nonché a qualsiasi tentativo di ripristinarlo tel quel, è stata ribadita dal Capo di Stato Maggiore IDF (Israel Defence Forces) in una conferenza al quadro ufficiali. L’uscita, giudicata “improvvida” da alcuni commentatori, è manifestamente tesa ad influenzare l’alleato americano.

Dunque, il Consiglio di Cooperazione del Golfo si rinsalda attorno alla guida dell’Arabia Saudita e del suo Principe ereditario, mentre il Qatar,
per anni emarginato dall’organizzazione, è stato riammesso e “perdonato” per certe iniziative eterodosse. Infatti, si imputava agli al-Thani la spregiudicatezza della rete TV Al Jazeera e la diplomazia dinamica nei confronti dell’Iran. Inoltre, su Mohammed bin Salman al-Saud pesa la possibilità che la CIA desecreti alcuni docu- menti relativi al caso Khashoggi, il giornalista ucciso nel Consolato saudita a Istanbul. Eppure anche se tali rivelazioni rafforzerebbero quanti argomentano che il Regno è arretrato in termini di diritti umani, considerato che lo stesso Principe sarebbe responsabile di palesi violazioni, la casa regnante è tuttavia percepita come elemento di stabilità in un’area ad alto rischio, non fosse che per il patrimonio energetico del sottosuolo.

Relativamente all’Egitto, Il precedente con la vittoria elettorale della Fratellanza musulmana, induce alla prudenza con gli esperimenti istituzionali. La caduta di Hosni Mubarak e l’avvento di Mohammad Morsi avvennero durante il pri- mo mandato di Obama. Considerato che alcuni importanti collaboratori di Biden vengono dalle fila delle Amministrazioni Clinton e Obama e hanno dunque esperienza diretta di quegli eventi, è probabile allora che si scelga di agire per linee interne allo scopo di favorire l’evoluzione del paese in maniera progressiva. Sarebbe il modello del riformismo dall’alto che, in varia misura, si sperimenta in Marocco e Giordania.

Relativamente al Vecchio Continente, la pandemia ha sconvolto il quadro sanitario d’Euro- pa, sollevando nuovamente la tempra politica. Infatti, è stata archiviata la fase dell’austerità di bilancio per un’apertura verso il “debito buono”: quello volto a superare le conseguenze economiche della crisi e risarcire la frattura con gli strati deboli della popolazione. L’insieme di malcontento morale e disagio sociale è alla base del successo dei movimenti populisti-sovranisti. La conversione della Germania al nuovo corso potrebbe durare quanto il residuo mandato della Cancelliera federale o sopravvivere al suo ritiro? Probabilmente dipenderà dalle elezioni politiche e dalla coalizione che ne emergerà a Berlino.

A tal proposito è possibile affermare come il Next Generation EU sia il segnale di una nuova stagione, resa anche possibile dal recesso del Regno Unito. Così come anche la decisione della Commissione di centralizzare gli acquisti dei vaccini anti-Covid, mirando in questo modo ad evitare le rincorse dei singoli Stati Membri, seppur con qualche problema riguardo alle forniture. Una decisione di questo tipo segna un decisivo passo verso la “comunitarizzazione” della politica sanitaria, la cui ambivalenza fra momento europeo e momenti nazionali è stata causa di tensioni nel 2020. Dunque, la priorità sembrerebbe quella di evitare le fratture del mercato unico, specie riguardo alla libera circolazione delle persone, poiché se le limitazioni saranno inevitabili a fini sanitari, andranno definite nella durata e decise consensualmente.

Alla luce della presente situazione, anche altre iniziative segnano il passo. Ad esempio, si pensi alla proposta della Commissione sulle migrazioni per rendere più vincolanti le riallocazioni e più efficaci i rimpatri. Il tema migratorio è stato centrale nelle ultime campagne elettorali, nonché terreno di scontro fra le delegazioni in seno al Consiglio europeo. Tuttavia, l’approccio politico di fondo dovrebbe andare alla radice del fenomeno che trae origine dagli enormi dislivelli fra le aree del mondo. La rotta marittima, che parte principalmente dalla Libia, origina nell’Africa nera, mentre la rotta terrestre, che ora si infrange alle porte della Croazia, origina dall’Asia orientale. Appare evidente come si richieda all’Unione Europea una visione ad ampio raggio finalizzata al contenimento del fenomeno.

Inoltre, in maggio, in ritardo di un anno rispetto al calendario originario, si aprirà la Conferenza sul futuro dell’Europa, il grande foro di dibattito con le società civili e le rappresentanze politi- che. È intervenuto l’accordo fra le tre Istituzioni politiche (Parlamento, Consiglio, Commissione) su presidenza e formato. Si tratterà di definire l’agenda e i possibili sbocchi, ma sembra lecito chiedersi se si andrà verso la riforma del Trattato, ma sarà interessante capire su quali basi.

A suo tempo Jacques Delors parlò di affectio societatis per l’abitudine degli europei a pensare europeo, in quanto il diffuso europeismo era una componente della vita politica, non un fenomeno effimero o la risposta all’emergenza nata dai disa- stri delle due guerre europee divenute mondiali. Delors smentiva così l’opinione di coloro che scorgevano la fine del processo di integrazione di fronte ad ogni difficoltà che ne rallentava il cammino. Il procedere a zig zag è una costante e non un incidente della nostra storia comune, dunque, occorre tenere la barra dritta in avanti. Nella
fase post-pandemica, alla vigilia di un probabile allargamento ai Balcani occidentali, l’Unione Europea può evolvere solo con il salto di quali-
tà verso una qualche forma di federalismo: per integrarsi al suo interno e rafforzare il suo profilo all’esterno.

Emmanuel Macron parla di autonomia strategica; Ursula von der Leyen di Unione geopolitica; Josep Borrell di Europa globale. Sono concetti diversi che hanno in comune l’esigenza della coesione: sempre che l’Unione voglia essere attore di rilievo e non il socio di minoranza dell’universo euro-atlantico.

Cosimo Risi