Il calendario è malizioso. In pochi giorni scattano tre appuntamenti per i cattolici e gli ebrei con le rispettive pasque e per i  musulmani per il Ramadan. Israele festeggia inoltre l’indipendenza, e cioè la creazione dello Stato (1948) che nel racconto palestinese è la Nakba, la catastrofe.

Presso il kibbutz Sde Boker, l’ultima dimora di David Ben Gurion, il fondatore dello Stato, il Ministro degli Esteri di Israele ospita il Vertice del Negev con la partecipazione del Segretario di Stato USA, e dei colleghi di Egitto, Marocco, Bahrein, Emirati Arabi Uniti. I quattro Ministri arabi rappresentano i paesi che, nel corso degli anni, hanno concluso accordi con Israele.

L’Egitto nei lontani Settanta del XX secolo, seguiti però da una lunga pace fredda essendo i rapporti bilaterali tenuti sotto tono. Per la prima volta la compagnia di bandiera di Egitto ora vola su Israele con la tradizionale livrea. Marocco, Bahrein e EAU hanno da poco firmato gli Accordi di Abramo promossi dall’Amministrazione Trump ed ereditati dall’Amministrazione Biden come prezioso lascito. Una inusitata linea di continuità fra il Presidente repubblicano ed il democratico. All’appello manca ancora l’Arabia Saudita, il cui Principe reggente gode di cattiva stampa negli Stati Uniti per l’affare Khashoggi.

               Nell’agenda del Vertice è il negoziato di Vienna per il rinnovo dello JPCOA, il Piano d’azione sul nucleare iraniano denunciato dagli Stati Uniti nel 2018. La Russia, fra i garanti del Piano, non si opporrebbe avendo la garanzia che le sanzioni internazionali non toccherebbero i suoi scambi con l’Iran.  I cinque convenuti a Sde Boker sono in linea di massima riservati sulla riconduzione dell’accordo, a meno che la nuova versione non contenga clausole stringenti sia sull’arsenale nucleare in senso stretto e sia sulla politica “aggressiva” di Iran in Medio Oriente attraverso i suoi sodali in Yemen, Libano, Iraq, Siria. L’avvicinamento della Siria alla famiglia araba è favorito da Abu Dhabi anche per diminuire l’influenza di Teheran su Damasco.

               In discussione è anche l’atteggiamento nei confronti del conflitto in Ucraina. E’ nota la prudenza ufficiale di Israele che è impegnato nel mediare fra le Parti, non si comprende se in alternativa o in combinazione con la Turchia che ora accoglie i colloqui. Gli EAU, al pari dell’Arabia Saudita, esitano ad incrementare la produzione di petrolio per fronteggiarne la scarsezza sui mercati europei in caso che si blocchino le forniture russe.

La scena è dinamica, certifica l’avvenuto sdoganamento di Israele presso una parte del mondo arabo. La foto di gruppo dei Ministri a Sde Boker, tutti stretti attorno a Yair Lapid, il sorridente anfitrione, segue la foto del Primo Ministro Bennett accanto al Presidente al-Sisi.

               La normalizzazione produce delle controindicazioni. Tre attentati nel cuore di Israele: i responsabili dei primi due sono cittadini arabo-israeliani, a riprova della scarsa integrazione di quella parte di popolazione; il terzo ad opera di un palestinese di Jenin, città sotto controllo dell’Autorità Palestinese.

               Da Ramallah il Presidente Abu Mazen condanna gli attentati, non fa altrettanto il Sindaco di Jenin che esalta l’eroismo dell’autore. Da Gaza giunge analoga lode per il gesto. L’universo palestinese continua a patire la divisione fra la dirigenza moderata di Cisgiordania e l’estremista di Gaza. Cresce la disaffezione verso un corpo politico incapace di rinnovarsi all’interno e nella strategia verso l’esterno.

               La causa palestinese deve rilanciarsi dopo che è stata derubricata da affare  internazionale a  domestico. Gli Stati Uniti, gli onesti mediatori fra le parti, hanno il prioritario interesse a saldare il fronte fra Israele e le potenze arabe sunnite per contenere l’Iran e  disinnescare i focolai regionali. Nella visione di Washington è l’intero Medio Oriente che perde posizioni. Ne guadagna la Russia a causa, paradossalmente, dell’aggressione all’Ucraina. Il caso riguarda gli europei in prima battuta. Il conflitto si combatte sul nostro territorio, la minacce sono a noi dirette, il peso delle sanzioni grava sulle nostre economie.

 La Cina è il rivale strategico per l’America, ora e nel prossimo futuro. Pechino ondeggia fra l’amicizia “senza termine” con Mosca (la definizione è del Ministro Lavrov) e la condanna di tutte le guerre che minaccino il buon ordine degli scambi  internazionali.

L’avanzo commerciale cinese prospera nella stabilità e non nella confusione di dazi e sanzioni. Nel suo silenzio, Pechino prende nota che il blocco euro-atlantico regge all’aggressione. Nel contempo caldeggia l’idea di un nuovo ordine internazionale multipolare la cui agenda non sia dettata dagli Stati Uniti.

Cosimo Risi