A. La strategia europea per la sicurezza economica. Le relazioni fra Unione e paesi extra europei.
Il tema ha come primo riferimento la Comunicazione Congiunta al Parlamento europeo, al Consiglio europeo e al Consiglio sulla “Strategia europea per la sicurezza economica, (JOIN/2023/20 final, 20.6.2023, page 1 (eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52023JC0020), ove si presenta il contesto entro cui valutare e proteggere, in modo proporzionato, preciso e mirato, l’Unione dai rischi per la sicurezza economica, garantendo nel contempo che l’Unione medesima rimanga una delle destinazioni più aperte e più attraenti per gli affari e gli investimenti.
La Strategia rappresenta il cuore del nuovo indirizzo dell’Unione al commercio internazionale e viene ancorata a tre pilastri, volti a promuovere la competitività e la crescita dell’UE, a proteggere la sicurezza economica dell’UE e a collaborare con paesi che condividono preoccupazioni analoghe.
Queste le indicazioni presenti nella Comunicazione del mese di giugno 2023:
“- Promozione della nostra competitività, rendendo la nostra economia e le nostre catene di approvvigionamento più resilienti e rafforzando l’innovazione e la capacità industriale, preservando nel contempo la nostra economia sociale di mercato. Tale obiettivo può essere conseguito approfondendo il mercato unico, investendo nell’economia del futuro attraverso solide politiche macroeconomiche e di coesione, mediante NextGenerationEU e investendo nel capitale umano, anche migliorando le competenze della forza lavoro europea. Ciò richiederà la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e dei mercati di esportazione o la promozione della ricerca e della base industriale in settori strategici quali semiconduttori avanzati, calcolo quantistico, biotecnologia, industrie a zero emissioni nette, energia pulita o materie prime critiche.
– Protezione dai rischi per la sicurezza economica individuati congiuntamente, utilizzando meglio gli strumenti che già abbiamo, quali la difesa commerciale, le sovvenzioni estere, la sicurezza 5G/6G, il controllo degli investimenti esteri diretti e i controlli delle esportazioni, nonché il nuovo strumento per contrastare la coercizione economica. Parallelamente, dobbiamo valutare l’efficacia del pacchetto di strumenti dell’UE e ampliarlo ove necessario per affrontare alcuni dei nuovi rischi che incontriamo, ad esempio legati alle esportazioni o agli investimenti in uscita in una serie ristretta di tecnologie abilitanti fondamentali con applicazioni militari (ad esempio nei settori delle tecnologie quantistiche, dei semiconduttori avanzati e dell’intelligenza artificiale).
– Partenariati con i paesi che condividono le nostre preoccupazioni in materia di sicurezza economica e con quelli che hanno interessi comuni e sono disposti a cooperare con noi per realizzare la transizione verso un’economia più resiliente e sicura. In pratica ciò significa collaborare con la più ampia gamma possibile di partner per rafforzare la sicurezza economica, promuovere catene del valore resilienti e sostenibili e rafforzare l’ordine economico internazionale basato su regole e le istituzioni multilaterali. Ciò significa anche collaborare con paesi che intraprendono percorsi analoghi di riduzione dei rischi, promuovere e concludere accordi di libero scambio e investire nello sviluppo sostenibile e in collegamenti sicuri in tutto il mondo attraverso il Global Gateway”.
Il contesto storico di tensione geopolitica costringe l’Europa al ripensamento di molte strategie e, mentre viene ribadita la centralità della transizione ecologica come elemento di crescita e inclusione, si apre la sfida dell’innovazione tecnologica a supporto anche delle misure di contrasto dell’insicurezza politica e di aumento della sicurezza militare. Nel quadro dei rapporti con la NATO, si ridisegna tutta la filiera dell’innovazione in chiave di tecnologie a uso duale, con ripercussioni anche sull’agenda della ricerca pubblica. Allo stesso modo, al fine di garantire gli obiettivi della transizione, la tecnologia è chiamata a dare risposte alle carenze strutturali europee di materie critiche (litio, cobalto e altri) e la regolazione viene utilizzate per creare incentivi e prevedere risorse per la ricerca e per favorire la localizzazione di industrie strategiche (come quelle dei semiconduttori) anche in Europa in ottica di attrazione dell’investimento diretto estero, oltre che di creazione di un’industria nativamente europea capace di assicurare quella indipendenza tecnologica, energetica e industriale che rappresenta ad oggi un obiettivo di primaria importanza.
In questo contesto, è fondamentale che l’Europa sviluppi politiche per assicurare un approvvigionamento sostenibile e sicuro di materie prime, riducendo la dipendenza da paesi terzi e investendo in economia circolare e processi di riciclo avanzati. Solo attraverso un approccio strategico e sostenibile sarà possibile garantire una crescita economica stabile e una reale indipendenza tecnologica, energetica e industriale.
Giusta la rilevanza della sviluppo e della crescita delle relazioni tra Unione e Nordafrica, è centrale l’avvio, da parte dell’Unione europea nel febbraio 2022, del Global Gateway per l’Africa, il piano per sostenere lo sviluppo delle infrastrutture nel Continente africano che prevede la realizzazione di progetti che coinvolgono il settore digitale, il clima e l’energia, i trasporti, la sanità, l’istruzione e la ricerca, e ha lo scopo di aumentare la connessione tra l’Europa ed il resto del mondo, lanciato nel 2021 per discostarsi dalla Belt and Road Initiative cinese.
Con riguardo al trasporto aereo, la Libia ha recentemente richiesto alla Germania di revocare il divieto europeo sugli aerei di linea libici, evidenziando la volontà del governo di unità nazionale di ristabilire e rafforzare i legami economici e commerciali con l’Europa.
Sono peraltro ricomparsi i voli diretti tra Italia e Libia, che erano stati interrotti a causa della guerra civile in corso nel Paese nordafricano. Il 24 luglio 2023 un aereo d’Ita Airways ha riaperto la rotta tra i due Paesi, volando da Roma a Tripoli. Il 9 luglio 2023 è stato firmato un accordo per superare l’EU Flight Ban del 2014. Il riavvio del traffico commerciale potrà interessare anche il trasporto delle merci e continuano le visite da parte dell’Enac italiano a Tripoli.
Pur rimanendo incertezze – poiché, anche nel dicembre 2024, la Commissione Europea ha prorogato il divieto di volo per le compagnie aeree libiche (che rimangono nell’elenco EU safety list), citando persistenti preoccupazioni in materia di sicurezza – la rilevanza del tema lo qualifica come ulteriore oggetto d’attenzione tra le attività del Centro di Ricerca.
B. Transizione giusta e misurazione di impatto. La politica del diritto europea e gli scenari interni e quelli internazionali.
Il tema della sostenibilità è oggi centro della riflessione sulle strategie di crescita dell’Unione Europea. Politiche pubbliche e strategie di investimento appaiono influenzate in modo decisivo dal criterio guida della sostenibilità, che si è progressivamente affermato nella definizione dei programmi di crescita e di sviluppo socioeconomico come strumento adeguato a rendere quei programmi efficaci a sostenere la crescita transgenerazionale dell’economia e della società. Si tratta di un cambiamento che ha assunto il nome di ‘transizione giusta’.
Lo studio di questo tema ha come riferimento il rapporto tra transizione giusta e sostenibilità attraverso il criterio della valutazione di impatto delle politiche dirette alla realizzazione della transizione. Si tratta di una valutazione che, oltre a investire l’ambito ambientale, coinvolge, in termini, forse, ancora più rilevanti l’ambito sociale. Essa rappresenta lo strumento per trasferire il concetto di transizione e quello di sostenibilità da un piano di indirizzo generale delle politiche di investimento a quello di un effettivo cambio di paradigma.
Rilevante, ai fini di questo studio, risulta essere l’approfondimento della contrattualistica pubblica, partendo dall’importanza che in Italia ha conferito il nuovo Codice dei contratti pubblici alle clausole c.d. “verdi” ed alle clausole sociali, sulla scia dell’attenzione recentemente rivolta dalla Costituzione italiana ai temi dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile anche in relazione alla libertà d’inziativa economica.
La domanda sottostante a questa area di studio è se transizione, sostenibilità e valutazione di impatto costituiscano effettivamente le strutture portanti delle azioni delle politiche pubbliche nei paesi dell’Unione, così da riprendendo e dare nuova linfa vitale a nuovo slancio agli indirizzi che gli artefici della ricostruzione post bellica (De Gasperi, Schuman, Adenauer) posero a base del welfare che ha caratterizzato la crescita dell’Unione Europea nei primi cinquant’anni della sua esistenza con l’impiego di corretti parametri di equilibrio tra politiche industriali e politiche sociali, tra crescita economica e redistribuzione della ricchezza.
C. Criteri di determinazione dei prezzi ed equità delle transazioni economiche.
Il tema si presenta di particolare attualità in una fase che appare di profonda trasformazione delle relazioni internazionali in chiave di più estesa ed approfondita conflittualità.
La normativa dell’Unione europea sul diritto dei contratti e sulla protezione dei consumatori ha introdotto principi che mirano a garantire l’equità nelle transazioni economiche. La Direttiva 2011/83/UE, ad esempio, stabilisce diritti fondamentali per i consumatori, promuovendo la trasparenza nei prezzi e mirandosi a contrastare pratiche commerciali scorrette.
Nell’immediato futuro vi è da attendersi interventi diretti a regolamentare il nodo dei dazi a livello di rapporti tra l’Unione ed i sistemi degli altri attori attivi sulla scena internazionale.
Rinnovare la riflessione sul tema appare perciò essenziale per garantire un equilibrio tra i valori sanciti dalle carte costituzionali degli Stati membri e dai trattati dell’Unione Europea, che potrebbero, tra l’altro, entrare reciprocamente in conflitto.
Del resto, si tratta di un settore e di una questione che presentano origini lontane.
Intanto, se con l’emergere delle prime forme di protocapitalismo, economisti come Adam Smith e David Ricardo concentrarono la loro attenzione sul mercato e sull’influenza posseduta sugli scambi dal rapporto tra domanda ed offerta. la questione della determinazione del prezzo delle merci oggetto degli scambi (ossia, per dirla con la formula impiegata in sede tardo antica e poi medievale, la questione del “giusto prezzo”) rimase rilevante, evolvendosi e adattandosi ai cambiamenti economici e sociali.
Il concetto di “giusto prezzo”, infatti, affonda le sue radici nella storia giuridica, economica e filosofica dell’Occidente. Già nell’antichità, pensatori come Platone e Aristotele si erano interrogati sul significato della giustizia nelle relazioni commerciali. Nel dialogo “Leggi”, Platone legava il prezzo giusto alla giustizia sociale e al bene comune. D’altra parte, Aristotele, nella “Politica”, sosteneva che i prezzi dovessero riflettere il valore intrinseco dei beni, evitando speculazioni dannose per la comunità.
In epoca tardo antica, Sant’Agostino enfatizzò l’importanza della giustizia nelle transazioni commerciali, sottolineando che i prezzi dovevano riflettere il valore reale dei beni e condannò, in quanto ingiuste, le pratiche speculative.
Nel medioevo, l’influsso della dimensione canonistica, che considerava anche l’ambito economico un terreno per l’attuazione della giustizia, spinse verso rapporti contrattuali ispirati a equità e buona fede.
Con il passaggio all’età moderna, gli esponenti della Seconda Scolastica dell’Università di Salamanca identificarono il giusto prezzo con quello che rifletteva il valore reale di un bene, considerando sia i costi di produzione che l’utilità per l’acquirente. Pur affermando che i prezzi dovessero essere determinati dal mercato, denunciarono senza ambiguità pratiche di usura e speculazione come inaccettabili e moralmente errate. Il tema coinvolgeva la qualificazione della giustizia come giustizia distributiva, piuttosto che come giustizia commutativa e la riflessione del tardo Cinquecento contribuì in modo importante a porre le basi per l’evoluzione della teoria economica medievale, integrando principi etici nelle pratiche commerciali.
Anche il giusnaturalismo moderno affrontò la questione del giusto prezzo, ma, sebbene autori come Domat la segnalassero come rilevante, il problema fu marginalizzato dalla vocazione a enfatizzare la volontà individuale espressa mediante il contratto. Questa impostazione influenzò la codificazione francese e caratterizzò gran parte di un Ottocento, in cui si giunse ad affermare che “Qui dit contractuel, dit juste”.
Tutto questo induce a ritenere la particolare attualità del tema, coe area in grado di contribuire alla riflessione sui caratteri del welfare state di matrice europea, cogliendone la differenza dal welfare state proprio del mondo anglosassone.
D. La difesa dell’Unione nel quadro dei nuovi scenari internazionali e la relazione tra Unione Europea e i paesi del bacino del Mediterraneo.
Dal 1954, l’anno della mancata ratifica del Trattato CED, il fantasma della difesa comune si aggira per l’Europa. Nel 2025 scocca l’ora della decisione, e non solo per impulso europeo, anche se non sono mancati gli appelli all’autonomia strategica, ma anche per la sollecitazione americana di fare di più per la sicurezza. In ambito NATO anzitutto: per portare il contributo europeo alle spese fino al 5% del PIL e comunque, secondo stime del Segretariato, almeno al 3,8%. Le une e le altre sono cifre difficilmente raggiungibili per la maggioranza degli stati membri, l’Italia a fatica tocca il promesso 2%. Le proposte di questo tipo all’opinione pubblica rendono difficile qualsiasi passaggio elettorale. Gli investimenti in sicurezza, per quanto benefici per l’industria nel suo insieme, comportano il sacrificio di pezzi di welfare sociale.
A monte della scelta finanziaria è il tema della partecipazione europea all’Alleanza, qualora questa perda o veda ridotto l’impegno americano. Si pone, cioè, il classico dilemma se la difesa comune sia il pilastro della completa autonomia strategica o il rafforzamento della gamba europea della NATO.
Il punto è in agenda, il momento incalza. Lo dimostra la guerra alle porte dell’Unione, lo enfatizza il contatto diretto fra la dirigenza americana e la dirigenza russa. Se le anticipazioni sono corrette, gli Americani vorrebbero addossare all’Unione, non alla NATO, il principale onere della forza di interposizione fra Russia e Ucraina. Lo schieramento ottimale sarebbe di duecentomila militari, un contingente lontano dalle nostre capacità di dispiegamento. Si pensi solo che stentiamo a schierare i cinquemila della forza di rapido intervento. Occorre quindi che il contingente europeo sia integrato da forze asiatiche, persino cinesi per garantire la Russia e, insieme, l’Europa dalla possibile revanche del Cremlino.
L’Unione è chiamata a bilanciare la scelta delle priorità. Del fronte orientale si è detto, caldo è il fronte meridionale, il più vicino agli interessi italiani. La Libia, in primo luogo, fonte di idrocarburi e di migranti. Il Medio Oriente, in secondo luogo, dove pure si esercita l’attivismo americano. Mentre la Libia è lasciata alle cure europee, con alcuni stati membri in concorrenza fra loro, il dossier Israele-Palestina-Iran è curato direttamente da Washington.
Da copione, l’Amministrazione gestisce il processo diplomatico, salvo lasciare il conto da pagare all’intendenza europea. In questi frangenti si misura la modestia della nostra attività. Seguiamo gli eventi, non li anticipiamo.
La riflessione, anche in seno al CREAF, dovrebbe perciò riguardare le insufficienze del quadro istituzionale, in primis la tenaglia dell’unanimità su certi passaggi fondamentali per qualificare la nostra azione esterna. Se l’Unione dovesse allargarsi a nuovi paesi, la riforma del diritto primario si porrebbe con drammatica urgenza.
La Commissione europea ha per la prima volta il responsabile per la difesa, con il compito di razionalizzare la spesa europea. Ma nell’ambito delle risorse allo stato disponibili. Resta di attualità il piano Draghi di emettere nuove obbligazioni europee per dare slancio al settore. L’idea sarebbe vincente, occorre che superi le riserve degli stati membri frugali.
